Sol Invictus

Sotto il Sole

Relazione asimmetrica fra pensiero verbale e visivo. Risvolti religiosi

Post rivisto il 28/06/2017
An asymmetrical relationship between verbal and visual thinking: Converging evidence from behavior and fMRI
– Elinor Amit et al. NeuroImage (2017) – DOI:https://doi.org/10.1016/j.neuroimage.2017.03.029 – Testo PDF

Dall’estratto, traduzione libera.
Gli esseri umani si affidano ad almeno due modalità di pensiero: verbale (discorso interiore) e visuale (immagini). Queste modalità sono indipendenti, o impegnarsi in una comporta impegnarsi nell’altra? Per rispondere a questa domanda, abbiamo eseguito uno studio comportamentale e uno di fMRI. Nell’esperimento comportamentale i partecipanti hanno ricevuto uno stimolo e sono stati invitati a generare in silenzio una frase o a creare un’immagine visiva nella loro mente. Quindi sono stati invitati a giudicare la vividezza della rappresentazione risultante e della rappresentazione potenzialmente accompagnatrice nell’altro formato. Nell’esperimento fMRI, i partecipanti hanno dovuto richiamare le frasi o le immagini (con cui erano stati familiarizzati prima della sessione di scansione) dati degli stimoli, o leggere frasi e vedere immagini, nella condizione di controllo percettivo. È stata osservata un’asimmetria tra il discorso interiore e le immagini visive. In particolare, il discorso interiore è stato impegnato in misura maggiore durante il pensiero verbale che quello visivo, ma le immagini visive sono state impegnate in misura simile in entrambe le modalità di pensiero. Pertanto, sembra che la gente generi rappresentazioni verbali più robuste durante il discorso interno deliberato rispetto a quando il loro intento è quello di visualizzare. Tuttavia, generano immagini visive a prescindere dal fatto che il loro intento sia quello di visualizzare o di pensare verbalmente. Una possibile interpretazione di questi risultati è che il pensiero visivo è in qualche modo primario, data la comparsa tardiva delle abilità verbali durante lo sviluppo umano e nell’evoluzione della nostra specie.

Dopo aver creato un’immagine o una frase usando le parole, nello studio ai partecipanti è stata chiesta una di quattro domande, cioè quanto erano chiare le immagini o frasi create su richiesta, o quanto erano chiare le immagini o le frasi che avevano creato involontariamente. Si è visto è che non c’era differenza nella vividezza delle immagini. Non importava che fosse stato chiesto ai soggetti di creare un’immagine perché era vivida, a prescindere. Invece, la chiarezza della frase veniva influenzata dalle istruzioni. C’era più controllo nel pensiero verbale.

Questi risultati sono stati significativi e si sono basati sul resoconto dei partecipanti riguardante la vividezza delle immagini o del discorso interiore. Per superare la limitazione della risposta soggettiva, i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica funzionale, o fMRI, per monitorare più oggettivamente l’attività cerebrale dei soggetti nella seconda batteria di esperimenti. È interessante notare che i test fMRI hanno rivelato che anche quando i partecipanti cercavano consciamente di pensare visivamente, i loro cervelli mostravano livelli relativamente bassi di attività nella regione visiva, portando i ricercatori a domandarsi che cosa la gente stesse visualizzando (1). Aggiungo: vien da pensare che sia un indice della basalità del pensiero visivo che permea la mente.

In qualche ricerca precedente i ricercatori avevano trovato che le persone tendono a pensare visivamente a cose che sono vicine a loro (temporalmente, socialmente o geograficamente), ma usano il discorso interiore quando contemplano cose lontane (2). A mio avviso modesto questo succede soprattutto o solo se mancano immagini di riferimento. Per esempio se pensa alle isole della Polinesia, agli australiani, alla superficie di Marte alle future astronavi allora posso tranquillamente dire che penso per immagini, per quanto di origine mediatica. Non mi metto a fare discorsi verbali interiori sul suolo rossastro di Marte. La situazione può essere marginalmente diversa per categorie estremamente vaghe, generiche come il Bene e il Male, che poi hanno poco di reale.
In conclusione i ricercatori affermano che il pensiero visivo si intromette quasi sempre, suggerendo che le persone sono fondate nel presente anche quando cercano di usare un modo di pensare tipicamente riservato al futuro.

Detto ciò, un motivo di questo post è che trovo curioso il relativo aniconismo tipico di alcune religioni, cioè la carenza o rifiuto di determinate rappresentazioni/immagini bi-tridimensionali del mondo naturale e soprannaturale in ambito religioso e spesso anche della vita quotidiana. Ciò è vero per almeno parte del mondo ebraico, vedere qui, e soprattutto l’Islam.
Ho una mia teoria che ciò sia dovuto al fatto che i capi dei vari gruppi religiosi vogliono mantenere il controllo delle menti dei soggetti agendo come hacker, pilotando il pensiero verbale interiore individuale per creare stati emotivi che facilitino l’accettazione delle “verità” alternative di loro gradimento. Questo hacking avviene più facilmente se non ci sono routine di controllo che agiscono da pensiero divergente e contrastante. Hume disse che la ragione è schiava della passione ed altri hanno proposto che il ragionamento, almeno quello verbale non esiste per arrivare alla verità ma per vincere gli argomenti, le discussioni. È alla base della Argumentative Theory (3, anche 4). Il pensiero visivo intromettendosi funge da antagonista e fornisce un controllo-realtà o almeno un modo di ragionare diverso che può far crollare la costruzione apparentemente ragionevole del parolaio basata su categorie pindariche più o meno ampie (1). Viene in mente quanto affermano certi predicatori riguardante l’onniscienza della loro divinità monoteistica; poi uno guarda il telegiornale o vede cosa succede nel mondo e dubita. (Ciò a sua volta fa intravedere il potere di convinzione che hanno i media visivi, che possono essere manipolati. Si può speculare su fatto che una volta tale livello di manipolazione visiva era molto più difficile e meno diffondibile della parola).

Nella figura 5 del paper si vede il segnale fRMI non è più forte del pensiero verbale interiore in tre casi su quattro, anche durante il richiamo visivo. Però il segnale del pensiero visivo è nettamente superiore durante la percezione dello stimolo. Questo mi fa pensare ad una capacità di offuscamento e “override”, sovrascrittura, del pensiero visivo sul pensiero verbale.
Il ragionamento visivo stimolato non solo può sovrastare quello verbale, ma lo può rivelare falso. E questo è l’ultima cosa che vogliono certi capi religiosi maestri della parola e ne consegue la pratica nelle religioni più assolutistiche di eliminare o ridurre la concorrenza. Inoltre, immagini ed oggetti sono documentazioni storiche che possono dare fastidio. Questo può essere alla base di tanta distruzione in alcuni paesi mediorientali di luoghi storici ed edifici potenzialmente legati a profeti ed eventi religiosi.

Il collegamento visivo rende più reale, anche immediato e localizzato, qui ed ora, il sentimento religioso. Mi viene in mente l’affezione di molte persone cattoliche ai loro santini e statue preferite. Che la Chiesa cattolica sia più vicina alla realtà naturale di questo mondo? Un radicamento di eredità greco-romana.

°°°

Ora, tutte queste speculazioni sull’interazione del pensiero visivo con la religione si possono pensare scientificamente fragili. Perciò richiamo uno studio per il quale i ricercatori hanno osservato il funzionamento del cervello di più individui con fRMI cercando differenze in base al tipo di credo religioso. Hanno osservato le seguenti cose (5):
– i soggetti che percepiscono un agente soprannaturale al lavoro nella loro vita quotidiana tendono ad utilizzare percorsi cerebrali associati alla regolazione della paura quando si chiede di contemplare le loro credenze religiose. Mi vengono in mente i “timorati di Dio” di diverse religioni (e anche qualche malattia per i casi estremi).
– i soggetti con credenze religiose basate sulla dottrina, come la conoscenza delle scritture religiose, tendono ad utilizzare percorsi associati al linguaggio quando contemplano la religione. Vengono in mente i verbosi maestri simili ad avvocati di alcune religioni.
– i soggetti non religiosi tendono ad utilizzare percorsi associati alle immagini visive quando contemplano la religione, secondo lo studio.

L’osservazione del terzo gruppo sembra offrire un supporto parziale all’idea che il pensiero visivo, più legato alla realtà materiale e alla scienza, può essere visto con avversione da chi promuove una religione tendenzialmente universale assolutistica/totalitaria avulsa dalla realtà, in particolare dalle persone con credenze religiose dottrinarie e libresche.

  1. Visual images often intrude on verbal thinking, study says, suggesting that pondering with images may be hardwired – May 12, 2017 by Peter Reuell Link
  2. Distance dependent processing of pictures and words – Journal of Experimental Psychology: General. 2009 – Amit E, Algom D, Trope Y. – doi: 10.1037/a0015835 Testo intero – PDF
  3. Why Do Humans Reason? Arguments for an Argumentative Theory – Behavioral and Brain (2011) – Hugo Mercier, Dan Sperber – DOI: https://doi.org/10.1017/S0140525X10000968 Testo PDF
  4. Reason is but a slave of passions as it always has been – May 15, 2017 – Razib Khan – Link
  5. Is an atheist’s brain the same as a believer’s? New research says religious and non-religious minds work differently – January 17, 2014 – Link
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Questa voce è stata pubblicata il giugno 27, 2017 da con tag , , , , , , , , , .

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