Sol Invictus

Sotto il Sole

I conflitti fra gruppi hanno stimolato lo sviluppo intellettivo

Un ricercatore ha creato un modello per esaminare che cosa può avere stimolato la collaborazione fra individui appartenenti ad un gruppo e lo sviluppo intellettivo dell’uomo. Il nostro cervello costituisce circa il 2% del peso corporeo e consuma il 20% dell’energia. S’è ipotizzato che quest’organo si sia sviluppato così tanto per sopravvivere in natura, ma l’evidenza è debole. Le dimensioni della neocorteccia cerebrale che è la parte di corteccia filogeneticamente più recente non sembrano correlare con diversi indici di habitat e dietetici (1). Pensandoci su, tanti animali come per esempio i dinosauri si sono adattati bene sopravvivendo per milioni di anni senza che vi sia prova che fossero particolarmente intelligenti.
Un’altra teoria propone che c’è stata selezione a favore dell’abilità di mantenere coesione sociale in gruppi grandi che tendono a diventare più instabili man mano che crescono a causa di conflitti interni e i dati dimostrano che l’intelletto correla con le dimensioni e la complessità del gruppo.
Una terza teoria i propone i vantaggi dell’apprendimento sociale rispetto a quello individuale.
Il problema di queste teorie è che se il costo individuale è notevole e un membro può beneficiare delle azioni dei simili, c’è un incentivo al “free-ride”, a scroccare. Le tasse non pagate da gran parte degli italiani sono un esempio. Studi comparativi mostrano che le specie in cui sono documentate strategie machiavelliche per gabbare il prossimo hanno cervelli più grandi (e costosi) di quelli di specie simili, ma questo alla lunga porterebbe alla disgregazione del gruppo. Occorre una causa che lo tenga insieme nonostante i costi e quindi la domanda posta nella ricerca qui recensita più o meno è: quali azioni collettive possono promuovere una selezione favorevole ad una maggiore intelligenza per superare le difficoltà e giustificare il costo della collaborazione e sofisticazione dei gruppi grandi?
Premetto che i modelli vanno presi con un grano di sale, però il ricercatore ne ha sviluppato uno i cui risultati sono abbastanza interessanti e mostra che probabilmente non è stata la necessità di cacciare animali di taglia grossa oppure l’allevamento collettivo della prole a condurre ad un notevole sviluppo intellettivo poi sfruttato in seconda battuta negli scontri fra gruppi; invece la selezione dovuta a conflitti fra gruppi è risultata molto più forte e determinante. Riflettendoci, è ragionevole che rispetto ad animali appartenenti a specie distanti evolutivamente e troppo lenti come capacità e adattamento, la velocità di risposta degli avversari umani e la necessità di sopravvivere agli scontri per evitare di estinguersi hanno esercitato una pressione selettiva più forte.

Inoltre una forte competizione fra gruppi che esiste anche in altre specie da sola non è sufficiente a spiegare un’evoluzione intellettiva spinta, ma secondo il modello dipende da alcuni fattori di partenza:
i) il livello base di abilità collaborativa
ii) costi e benefici delle azioni collettive
iii) costo dell’abilità collaborativa
iv) presenza della variazione genetica necessaria
I fattori ii) e iii) secondo me sono scontati. Il fattore i) è meno immediato e penso s’intuisca notando che probabilmente altri esseri viventi non si sono evoluti cognitivamente nel corso di milioni di anni perché troppo semplici e il fattore iv) a mio avviso può spiegare i limiti riscontrati nell’evoluzione di altri mammiferi, per esempio per quanto riguarda l’assenza di abilità manuali e comunicative.
Il ricercatore pone l’accento sull’importanza della capacità di perseguire uno scopo e osservo che la variabilità genetica intellettiva ha permesso la selezione dei vari attributi necessari fra cui, secondo qualche altro parere che ho letto, risalta una sempre maggiore capacità di scontare il presente – che interpreto anche come capacità di calcolo matematico – e di accumulare benefici e risorse in taluni casi per riscattarle non individualmente, ma solo come gruppo. Questo ha permesso la pianificazione a lungo termine per uno scopo favorendo gruppi più coesi, meglio diretti e con meno predazione fra i membri per approfittare delle risorse accumulate.
Il ricercatore avverte che questi risultati del modello hanno bisogno di una verifica empirica però l’evoluzione verso un comportamento cooperativo risulta fortemente semplificato. La gente coopera quando il gruppo si trova di fronte a minacce esterne per esempio ambientali, ma il livello di collaborazione aumenta drammaticamente con la competizione fra gruppi al punto che risulterebbe da altre fonti che anche dei semplici segnali indicanti tale tipo di competizione/minaccia causano un effetto automatico e inconscio sul comportamento incrementando la collaborazione all’interno del gruppo. Guardando il mondo reale mi viene in mente che probabilmente questo meccanismo è quello che viene sfruttato dai regimi totalitari che spesso danno la colpa ad un nemico “esterno” quando la situazione politica interna diventa scarsamente gestibile e il capro espiatorio è solitamente una nazione estera o un gruppo minoritario. Si può anche osservare che un gruppo minoritario dotati di scopo (che talvolta ha gli attributi di religione o etnia) può essere avvantaggiato a propria volta perché finché non viene individuato e additato può operare efficientemente come gruppo coeso per avvantaggiarsi a danno della maggioranza.
Si può solo immaginare la sequenza darwiniana quasi infinita di desiderio di risorse, terrore, violenze e massacri che costellano la preistoria e la storia e secondo questo modello il dover combattere i più temibili predatori, i nostri simili, ci ha plasmati dotandoci di notevole flessibilità ed intelligenza.

  1. Collective action and the collaborative brain – Sergey Gavrilets – Published 26 November 2014 – rsif.royalsocietypublishing.org – –DOI: 10.1098/rsif.2014.1067

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 11, 2014 da con tag , , , , , .

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