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Voti universitari inflazionati e l’esame d’ammissione SAT

È cosa risaputa che i voti universitari italiani sono alti e in giro si leggono numerosi commenti al riguardo. Infatti pare che in molti corsi il voto medio sia 27 trentesimi che di conseguenza non ha il significato che uno potrebbe immaginarsi. Basta pensare ad una classe di liceo in cui lo studente medio ottiene 9 decimi. La situazione non migliora nel caso dei voti di laurea con la valanga di 110 con o senza lode quando in una situazione ideale un voto del genere dovrebbe essere molto raro e un segno di eccellenza. Ho sentito tante persone ironizzare sulla questione e vi sono analisi (1) che osservano giustamente come la capacità del voto di segnalare la qualità dello studente  ai docenti, atenei e datori di lavoro è persa perché si ha un appiattimento nei pochi punti della fascia alta. In un articolo (2) si vede un grafico che mostra come il voto medio di diploma alle scuole superiori, già alto, diventa uno stellare di laurea all’università.

L’inflazione dei voti è un’evoluzione di cui in America si preoccupano da decenni cercando di correggerla mentre in Italia è stata largamente ignorata perché in fondo riflette in parte una mentalità antimeritocratica e confusionaria di molti italiani e di un sistema universitario quasi totalmente pubblico che viene visto spesso come un’estensione della scuola dell’obbligo con diploma finale che non si nega a nessuno.  Ha contribuito a questo stato di cose  la vecchia concezione fortemente nozionistica dell’intelligenza e delle capacità  tipica di un passato in cui le conoscenze cambiavano poco nel corso dei secoli e che porta a confonderle con l’erudizione, e il rifiuto istintivo e spesso ideologico di importanti differenze qualitative fra gli individui che possono essere anche innate o genetiche. Il mantra ripetuto spesso recita più o meno che tutti debbono poter andare all’università qualsiasi sia il potenziale danno sociale e che la frequentazione deve costare niente perché siamo tutti uguali e tutti devono potersi laureare. Così si è persa buona parte della funzione di due indicatori di qualità che avrebbero potuto indirizzare gli studenti e i docenti nelle scelte. Il prezzo molto basso delle rette universitarie ha fatto in modo che parcheggiarsi all’università sia apparentemente poco costoso anche se in realtà si paga con anni di lavoro persi di cui non ci rende conto, e l’appiattimento dei voti nella fascia alta ha ridotto la loro capacità di discriminazione nelle selezioni per i posti di lavoro e le specializzazioni.

Per valutare più giustamente gli studenti occorrerebbe che fossero sottoposti più o meno tutti allo stesso test e che la misurazione fosse obiettiva. Ciò non è possibile con le poche domande durante le lunghissime sessioni degli esami orali che sembrano fatte apposta per dar lavoro ai professori e fare perdere giornate intere agli studenti. Occorrerebbe che gli esami fossero omogenei, possibilmente scritti, e contemporanei o al massimo offerti in un numero molto piccolo di sessioni nell’arco di poco tempo e quindi che non potessero essere “tentati” ripetutamente più volte magari anno dopo anno diventando quasi una lotteria. Questo permetterebbe di evitare che i voti dipendessero molto dal temperamento, stato d’animo e bravura dei professori e assistenti e dall’interazione fra decenti e e studenti più o meno affabili e simpatici. Gli esami orali tipicamente distribuiti su un numero senza limite di sessioni sono quasi l’antitesi e a volte l’esito dipende dalla sorte.

Per risolvere il problema dell’inflazione dei voti un primo rimedio semplice è quello di porre un limite percentuale ai voti alti assegnati per classe. Per esempio, ricalcando alcuni istituti americani, diciamo non più del 35% dal 26 in su. Oppure si potrebbe fare una valutazione “su curvadegli esami. Questa espressione tradotta dall’inglese significa ridurre i voti alti centrando la media della classe su un valore deciso dal dipartimento o ateneo e premiando secondo una distribuzione rozzamente gaussiana. Per esempio, tenendo presente che il voto a metà strada fra 18 e 30 è 24, si potrebbe decidere che la media di una classe ad un esame non deve superare i 25 trentesimi e i voti uguali o superiori al 29 non possono essere più del 10% del totale. Così si otterrebbero voti che distinguono meglio gli studenti soprattutto usando come ulteriore riferimento il livello qualitativo dell’università di provenienza. Questa soluzione di “curvatura” applicabile a classi con un numero minimo di persone, diciamo da 6-10 in su, renderebbe anche molto meno conveniente lo scopiazzare perché metterebbe gli studenti gli uni contro gli altri, soprattutto nelle classi poco numerose.

Un secondo punto è che le prove di accesso a cui le università italiane sottopongono gli studenti che si vogliono iscrivere potrebbero essere quasi tutte sostituite con un esame computerizzato nazionale simile al SAT americano (Student Assessment Test) relativamente poco costoso perché centralizzato. Per esempio il SAT sembra riflettere bene il livello intellettuale degli studenti. Infatti la correlazione del test con quelli di QI è stata stimata essere 0,82. I risultati del test potrebbero essere usati dalle università insieme al voto di diploma delle superiori per selezionare gli studenti secondo regole stabilite in precedenza. Una conseguenza sarebbe che le università migliori tenderebbero ad accaparrarsi gli studenti più bravi con la possibilità di un maggiore effetto sinergico.

Il SAT e altri test simili come l’ACT risultano utili anche in altri frangenti visto che talvolta i datori di lavoro americani chiedono agli intervistati i punteggi ottenuti (3). Il motivo è semplice. Il colloquio permette all’esaminatore la possibilità di valutare la personalità e alcune capacità verbali, ma  per le ragioni indicate sopra  i voti ottenuti nella maggior parte delle università o scuole possono non dire molto se non se ne conosce la qualità o se sono di qualità mediana. Il SAT permette una valutazione più obiettiva soprattutto nel caso di voti potenzialmente gonfiati di un sistema universitario poco omogeneo. Purtroppo per qualche motivo in Italia ci si è opposti alla creazione di un meccanismo di valutazione uniforme del tipo descritto pur conoscendo quelli in uso in altri Paesi e invece ci si è orientati verso l’introduzione a spizzichi e bocconi di altri sistemi con modifiche e miglioramenti successivi.

(1) Se l’università premia tutti ci rimettono i migliori – Raffaele Saggio – linkiesta.it

(2) A manica larga. Brevi considerazioni sul voto di laurea – menodizero.eu

(3) Job Hunting? Dig Up Those Old SAT Scores – Melissa Korn – The Wall Street Journal online.wsj.com

2 commenti su “Voti universitari inflazionati e l’esame d’ammissione SAT

  1. oreficemichele
    marzo 22, 2014

    Ciao. Quando feci ingegneria io pochi presero la lode alla laurea, mi sembra due persone su una quarantina. I voti infatti durante il percorso universitario non erano per forza dei trenta e venivano sempre dati a libretto chiuso. In questo modo il prof non era influenzato dai voti precedenti. Chi prendeva dei 30 era davvero bravo. Sentivamo voci da altre facoltà che appunto si dava come minimo un 27…. Io ho preso anche un 19! Un 19 dopo uno scritto e un ora di interrogazione perché mi sono perso nel dimostrare un teorema di meccanica razionale… Spero che ingegneria sia rimasta tale, spero che anche li non vi sia stato un appiattimento.

    Ora viviamo in Germania e i bambini vengono incanalati già dalla 5ta classe. Da quella infatti i migliori possono andare al ginnasio che può sfociare all’università mentre gli altri hanno una marea di possibilità di specializzarsi in vari settori. Il vanto tedesco é proprio questo : per lavorare é quasi obbligatorio in qualsiasi ruolo una formazione sul campo. Si preoccupano un sacco della proporzione fra la parte “operaia” e la parte che andrà all’università , perché sanno benissimo che per dirigere un’azienda ci vogliono pochi manager ma tanti e bravi operai. C’è un però. L’operaio tedesco altamente specializzato é pagato molto bene e tenuto in grande considerazione al contrario di quello che avviene in Italia.

  2. Mauro Mandrioli
    marzo 23, 2014

    I voti sono mediamente alti, ma mi verrebbe da dire che erano alti. Facendo la valutazione di due corsi in cui insegno a UNIMORE vedo che i voti medi si stanno notevolmente abbassando, tanto che ad esempio i laureati con voto inferiore a 100 sono passati dal 15 al 25% negli ultimi tre anni. Non ho ben capito, dato il cambio di ministro, quando sarà operativa la valutazione nazionale delle competenze alla laurea, ma questo (se ben condotto) sarà un momento importante per calibrare gli atenei.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 22, 2014 da con tag , , , .

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